Verde
Quando il primo segno
d'aria
pazza di bufera al terzo piano
del palazzo in Via Rosmini
ci scopriva nudi accanto
(l'uno all'altro accanto) al vetro
verde
mi sembravano le tende
il caldo e l'acqua che scorrendo
dal lavello ci annusava
tutti nudi quanto lei. Che
pioveva.
Il caldo e l'acqua ruvida
di baci. Ci bacia il collo
l'attimo di pioggia o suda
un grido dal soffitto...
E vedo
Posto il capitolo introduttivo della raccolta sostanzialmente per salvarlo in più punti, dato che i miei effettivi lettori, se non sono del tutto inesistenti, almeno sono davvero pochi. Robin, a te immagino che possa far piacere:
CANOPO
Credo ci fosse altro
oltre le mani giunte,
stille di un mantra sciolto
tra le più calde strade
mentre in agosto mamma
mi accompagnava in chiesa.
Ero una mezzaluna
sotto la sua camicia.
FRESCHEZZA
Lo sciacquo di lingua nel morso
frugava il diritto al travaglio.
Un petalo d’acqua sul naso,
freschezza.
Nell’animo offeso di luce
cercasti di farmi gocciare
l’odore dei prati.
Avresti saputo
non piangermi addosso?
Non avresti dovuto.
Mi svegliasti già confuso
di stanchezza.
MAMMA
Ricordi quando venne il nostro treno?
Forse alle 21:00 – e forse
c’era il grido di mio padre
tra le siepi a far da spia –
ed era estate. Mi scossero
le luci nella sera, le vedo
ancora chiuse tra i binari
e la tromba del tuo naso, che dà il via:
“Dai, partiamo!”. L’ hai scordato
che volevo la tua schiena
per posarci su il mio nome?
E il solletico saliva con il nero
dalla penna sul biglietto,
poi nel lino e in mezzo al petto
e sulle case sballottate come denti
dentro il ghigno dei ferodi.
Che mancava alle persone
per disfarsi degli addii?
Forse un album come questo
(piatto, fermo eppure pieno
di violette a macerare,
a stampare sulle foto
il solo spettro di un colore),
da sfogliare.
INTERMEZZO ESTIVO
Rotolavamo
in silenzio sul fieno.
C’erano fili di nylon sul muso
del cane assonnato
lì accanto disteso
Lontane qualche metro,
silenziose le cimase
sbadigliavano la sera.
TRÈS MÛR
Bevendo i contorni confusi dei bassi terrazzi
arriva la sera a conchiudere il cerchio.
La strada obbligata, è sempre legata al mio passo.
S'afferma nel sonno la mia simpatia,
s'affianca alla sera, alla sera la carne.
Dispera.
GRANDUCA DELLE CANDELE
La testa dei fiammiferi nei
titoli di coda
faceva luce in casa.
Mio padre
la copriva, versava
sulla crema la cera
ed il suo augurio:
“CHE NON CI SIA MAI SOLE.”
Nell’umida emozione che
dava il “Tu” a ogni sogno
volgevano al saluto
Pietà
d’infissi mobili
nei vani posti al buio,
gargoyles gargarizzanti
con Fanta il dejavu.
L’ULTIMO COLORE AL MONDO
Ridono sotto i piedi le scale
quando le scorri
correndo
con lui?
E resta nei quadri sul muro
un colore diverso
da quello
del muro?
Ti resta da odiare altro
oltre al sole, la pioggia, il vento?
E gli occhi restano attenti
O attendono il pianto?
Lui non ti ricorda soltanto
col pollice in bocca,
ti legge la notte,
dai piedi alla pancia
sfogliando lenzuola,
da un’anca a quell’altra.
E i suoi occhi restano attenti
e attendi il vento
che porta al mattino la pioggia
a lavare dal rosso
il sole che s’alza
dal muro del pianto.
VISTA SUL RETRO
Vidi a volte fioche eco
di colore superare
questa soglia:
sospensioni d'autotreni
rintanati dietro casa,
due o tre cosce attorcigliate
là in cabina.
Poi la stufa a pochi metri
riprendeva a boccheggiare.
L’ISOLA
C’è un piccolo Buddha
in giardino. La casa
credeva che fosse
l’Eelam, così rosa – primavera di tigri
sventrate d’amore.
Gli offrimmo la patria,
tra grida di mitra (mia madre,
ma anche noi altri bambini).
La prese e sedette. Lì stette
per anni, accanto l’abete.
Io ora soltanto lo smuovo
per togliergli l’Ovest dal viso:
un raggio sorprende di taglio
la guerra tra vermi e formiche.
Colpito, lo lascio cadere
dov’era. In fondo ha trovato
una nuova famiglia.
AUTO
L’unico effetto del mare,
ordinaria mania
di tendere al fondo sconnesso
il corpo slogato.
Ieri soltanto, deciso,
segnavo la casa
con X di contagio
indossando il tuo naso,
per non somigliarmi.
Anche un’unghia di sole
ora, un bicchiere
di the o Grand Marnier
riuscirebbe a ripulirmi.
COMMIATO
Colgo l'uscita come il nido
crollato nella ciotola del cane
lì in giardino. Dove poso
la mia voglia, ormai ch'è vuota?
Devo uscire, non c'è altro:
come spero che la madre
torni, presa da un rimpianto
razionale della casa! Di suo figlio.
Lo sciacquo di lingua nel morso
frugava il diritto al travaglio.
Un petalo d’acqua sul naso,
freschezza.
Nell’animo offeso di luce
cercasti di farmi gocciare
l’odore dei prati.
Avresti saputo
non piangermi addosso?
Non avresti dovuto.
Mi svegliasti già confuso
di stanchezza.
Bevendo i contorni confusi dei bassi terrazzi
arriva la sera a conchiudere il cerchio.
La strada obbligata, è sempre legata al mio passo.
S'afferma nel sonno la mia simpatia,
s'affianca alla sera, alla sera la carne.
Dispera.
Strappi tu fratello del mio tempo le ali
a ciuffi, come fanno nonna e mamma
la domenica alle 10:00 con i polli.
E non so se come crede l'orologio
tutto il mondo suoni uguale ogni secondo:
intanto della brocca mentre cade stringo il bianco
logorìo dell'aria rotta dalla scia
del suo decollo (che somiglia molto al mio),
fosse mai che nel quadrante m'entri l'acqua
o le dita tue di colpo si dovessero stancare.
C’è un piccolo Buddha
in giardino. La casa
credeva che fosse
l’Eelam, così rosa – primavera di tigri
sventrate d’amore.
Gli offrimmo la patria,
tra grida di mitra (mia madre,
ma anche noi altri bambini).
La prese e sedette. Lì stette
per anni, accanto l’abete.
Io ora soltanto lo smuovo
per togliergli l’Ovest dal viso:
un raggio sorprende di taglio
la guerra tra vermi e formiche.
Deciso, lo lascio cadere
dov’era: ha un’altra famiglia.
Come ti ho lasciato
l'altra sera,
sul bordo acquitrinoso
del selciato appena
fuori la stazione,
ti ho trovato poi
il mattino - non erano
bagnati né i vestiti
né il corriere rabbuiato,
verde e nero, che sterzando
allucinava il cieco azzurro
(sonnolento, lui con noi)
con le smanie di una doglia
e poi spariva.
*per il tuo Grande Dolore
PROSCENIO AL BUIO
La notte s’inerpica
in cima alla scala,
un sibilo dal guscio
della chiocciola
precede la frattura
delle mura,
dentro e fuori.
Ogni camera da letto
si dimena,
e dal crocchio delle monache
in preghiera sull’asfalto
si fa strada lo sfiatare
delle insegne
(colpi d'asma, strazio lento
dei colori
soffocati dallo schianto).
ECO DALLE QUINTE
Mamma diceva che dalla notte
nasce l’amore
e sembra l’ardesia del Tigullio
la sala, così scura…
su quel nero lasciavamo i nomi
nostri. Con la selce
spargevamo i nostri addii.
ERZSEBET
Dietro le quinte mi svesto,
Spargo nei passi gli spiriti
Mossi del viso, mi calmo.
Entro non vista, mi siedo.
non voglio vedere nemmeno
me stessa , riflessa
o sognata, negli occhi
degli altri, di chi si fa
suggere un'ora di vita
per dirsi rinato bambino
nell'arte. Rimossa
da un grido, l'immagine
mia si farebbe cometa,
un crampo di lucida gioia
e poi niente: soltanto
memoria.
Non vista, io posso
scordare me stessa, sparire
e cantare. Cantare l'orrore
di me, che non nasce.
Non muore.
LUCI IN SALA
Se solo non fossi
Che pelle,
se il senso del dolore
fosse luce,
quanti splendidi deserti,
quanti soli
riuscirei a desiderare.
Com'è splendida la neve. Il sole
allucinava le vene e con dita
d'algore gelate tracciava torno
torno tutto il poggio fili d'erba:
"Libero, nel bianco che fa male,
è un dio
divelto dal mio cuore
incipriato (tanta neve)
che franando coglie gli angoli
di luce dalla via
funicolare
e resta muto, smemorato.
Scorda della terra
l'ebbra bile, lo zucchero
d'assenzio della ghiaia;
del mare in primavera
lo schianto deprimente
di speroni- come in corsa
sulla sella dei fondali -
e il mio comodo vestito
in tono all'aria".
Rivolta l'anemica
vulva del cielo, paziente
di prognosi stese per gioco
all'ombra del chiaro di luna
(la sala d'attesa
per antonomasia, la riva
in cui l'ora s'allunga
perdendo se stessa
tra i calci dei bimbi e la sabbia)
che sempre scansamdo i tuoi colpi
lì viva restava a sentirci
parlare dei suoi sentimenti
perduti.
Di starna un vagito brucava
le ultime grinze di fuoco,
delirio di passi sul pelo
dell'acqua: stavamo crescendo,
Giampaolo. Stavamo studiando
le prime canzoni dell'uomo.
* per chi, come noi
non è che in attesa
di bulbi di luce
a piantarsi con lento
tubare lì sotto,
lì sotto le palpebre.
Ti amo.
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